Quando Maria José, il 4 agosto 1906, aprì gli occhi per la prima volta davanti alle grandi vetrate affacciate sul mare del Padiglione Reale di Ostenda (dono della regina Vittoria allo zio, re Leopoldo I), nessuno immaginava che la terzogenita dei sovrani Alberto I ed Elisabetta del Belgio sarebbe stata l’ultima sovrana d’Italia per appena 24 giorni, dal 9 maggio al 6 giugno 1946. Gli 80 anni che da allora sono trascorsi non segnano, dunque, solo la nascita di una repubblica. Ma anche la morte di un regno, di cui Maria José è stata una meteora passionale, autonoma, indimenticabile.
Dal 1930, quando sposò Umberto, erede al trono d’Italia, Maria José è stata tante cose: la bellissima principessa di Piemonte; l’antifascista convinta, sodale di Benedetto Croce e di Umberto Zanotti Bianco, fautrice di un circolo anti regime edificato con le amiche Sofia Jaccarino e Ninì Pallavicini noto come “la congiura delle dame”; la Regina di Maggio; e poi l’esule viaggiatrice, la mecenate delle arti. Come ha scritto Luciano Regolo, il più eminente studioso della sua figura, nel libro La regina indomita (da cui sono tratte le informazioni storiche di questo articolo), Maria José fu schiava di un’unica ideologia: la ricerca della libertà.
Una biografia di luce e contrasti
Una Diana degli anni ‘30 Mondadori Portfolio//Getty Images
Difficile paragonarla a una figura del contesto monarchico contemporaneo. Proviamoci, però. Di certo, Maria José, per come negli Anni 30 del secolo scorso ha incarnato il glamour e attirato le attenzioni della cronaca, è stata la nostra Lady Diana. Anche per l’insofferenza patita verso una certa ottusità conservatrice incarnata dal sovrano italiano e padre di suo marito, Vittorio Emanuele III, che la chiamava con disprezzo “la belga”, perché cresciuta in una corte liberale e moderna, frequentata da scienziati (Einstein e Marie Curie, tra gli altri), artisti, letterati e dove fu educata a formarsi sempre una propria opinione. E a farla valere.
Insomma, il Castello di Laeken, nei dintorni di Bruxelles, era un luogo molto diverso dagli austeri ambienti di casa Savoia, dove i principi e le donne non hanno mai avuto alcuna voce, in alcun capitolo.
La vita con Umberto: tra mondanità e tensioni
La vita con Umbertogente Del suo rapporto matrimoniale con Umberto si è detto molto. Si è parlato di incomprensioni e freddezze reciproche, che di certo la guerra non ha contribuito a mitigate. Ma nella verità la coppia ha incarnato, almeno fino al 1940, il prototipo del bel vivere scandito da una mondanità rutilante ed eccentrica. L’incontro più eclatante di quel periodo i principi di Piemonte lo ebbero con Gabriele D’Annunzio, nel 1932, quando furono ospiti al Vittoriale. Maria José fece della circostanza un racconto esilarante. Arrivati alla residenza, per i principi fu impossibile darsi una rinfrescata: gli asciugamani della loro stanza erano tutti in lamé a fili d’oro e argento, disegnati apposta dal poeta aviatore.
Con il quale, arrivato il momento del ricevimento, diventava sempre più difficile discorrere, visto che il Vate, durante il pranzo, amava fare avanti e indietro tra il tavolo e una saletta attigua. I contatti con gli antifascisti e monsignor Montini ( braccio destro di Pio XII e futuro Papa Paolo VI): una spy story realeWikimedia
«Sapete, altezza, mi sono dato alla droga», ammise candidamente D’Annunzio a una divertitissima Maria José. Come tutte le protagoniste della Storia Maria José si è ritrovata anche al centro di un gossip insistente che aleggiò nell’alta società romana e si è trascinato fino ai giorni nostri: quello di una sua presunta passione con Benito Mussolini, in realtà smentita, tra gli altri, dalla figlia Maria Gabriella, che ha raccontato come la reputazione del Duce «agli occhi di mia madre fu buona quando lei arrivò in Italia, ma peggiorò poi irrimediabilmente: lo trovava volgare, allusivo» e, neanche a dirlo, simbolo di un regime con il quale la principessa già dalla metà degli Anni 30 aveva costruito un rapporto di reciproca diffidenza e che degenerò, agli inizi del decennio successivo, in evidente ostilità.
Durante la guerra e la rinascita
Il rientro al Quirinale - dove si stabilì nell’appartamento alla Manica lunga - fu tutt’altro che fastoso: il palazzo, dove mancava l’acqua per 4 giorni a settimana, era diventato un bivacco: al mezzanino erano ospitati un centinaio di sfollati e senzatetto. I tedeschi avevano portato via tutto, persino i suoi vestiti. Ma la principessa si rimboccò le maniche e trasformò alcuni ambienti in un ospedale e in un centro di raccolta per i bisognosi, mentre al contempo correva da un capo all’altro della capitale in perenne emergenza a portare aiuti e conforto, sfidando le masse che si gettavano sull’auto reale per depredarla.
Umberto diventò re d’Italia alle 15.15 di giovedì 9 maggio 1946, davanti a un padre che accettò di firmare l’atto di abdicazione dopo mesi e mesi di resistenze. Fuori tempo massimo. La nuova coppia reale se ne rese conto? Sì e no. Umberto si lanciò in una disperata campagna referendaria in giro per l’Italia, da Torino alla Sicilia alla Sardegna, passando per Genova e Milano. Ma senza sodali l’impresa parve disperata: Alleati e Vaticano avevano già stretto il cappio al collo della corona. Pio XII il 29 maggio, abbracciando il re, gli disse a chiare lettere: «Maestà, non posso fare più niente per te».
Il referendum del 2 giugno 1946 e la sparizione della monarchia
Alle 19 del 2 giugno 1946, data in cui le italiane e gli italiani vennero chiamati alle urne per votare l’Assemblea costituente ed esprimersi sul referendum repubblica-monarchia, Maria José si recò al seggio elettorale di Largo Brazzà, in auto, da sola. Guidava lei. Indossava un tailleurino da impiegatuccia. L’ostilità, però, era palese. Il presidente di seggio le chiese senza mezzi termini un documento d’identità, che lei aveva lasciato in auto. Il giornalista Manlio Lupinacci, direttore del Secolo XX, fece da garante. La regina restituì la scheda referendaria, tenendo quella per l’elezione della Costituente. «Ho votato per Saragat», confidò a Lupinacci. Da qui nacque il mito della regina di sinistra, veritiero fino a un certo punto, trattandosi pur sempre di una regina.
L’esito ufficioso venne comunicato al re da De Gasperi il 5 giugno. L’Italia era diventata una repubblica. Maria José partì per Napoli dove il 6 giugno, insieme con i quattro figli, s’imbarcò sull’incrociatore Duca degli Abruzzi alla volta del Portogallo. Tra i sandali della regina rimasero i granelli di sabbia di Posillipo. «È tutto ciò che porto con me dall’Italia», disse commossa. Umberto lascerà l’Italia il 13 giugno.
La regina itinerante e gli ultimi viaggi
La sovrana itinerante Gianni Ferrari//Getty Images Ma Cascais non fu mai la vera residenza della coppia. Pur mentendo un rapporto amorevole, Umberto e Maria José si separarono. La regina di Maggio scelse Merlinge, un posto tranquillo in Svizzera, dove acquistò da un certo colonnello una villa su due piani. Ma presto iniziarono le sue peregrinazioni. Nel 1955 intraprese un grand tour, destinazione India, con scalo in Egitto, dove cominciò dar respiro alla libertà istituzionale ormai conquistata. Nel 1961, insieme con la madre Elisabetta, compì il viaggio forse più incredibile per due “regine in pensione”: destinazione Cina, con tappe in Polonia e in Russia, a casa dei comunisti! E poi Stati Uniti, Medio Oriente e persino Cuba, «dove incontrò Castro», ci raccontò suo nipote Emanuele Filiberto, qualche anno fa, quando voleva che la storia della nonna regina diventasse un avvincente The Crown all’italiana.
Nel 1988 Maria José tornò in Italia per partecipare alle nozze di Bianca d’Aosta, in Toscana. Ne approfittò anche per tornare in tanti luoghi a lei cari, tra cui Venezia, dove fu ritratta come una bimba senza età in gondola.
Bufale e marce di marketing sull’eredità di Maria José
Oggi ci occupiamo di un tema che ha in sé un’importanza minore, ma che bene mostra come si possa creare una bufala credibile e ingannare tante persone in buona fede. Lo scorso 5 giugno è uscito sull’inserto locale torinese del Corriere della Sera un articolo a firma di Alberto Chiara dal titolo Il progetto di golpe contro Mussolini al Castello di Racconigi nel quale viene presentato il libro Maria Josè, regina indomita di Luciano Regolo. Nel pezzo viene presentato quello che è forse il capitolo più interessante del libro: il golpe contro Mussolini che Maria Josè di Savoia (nella foto di testa insieme a Umberto II di Savoia) avrebbe preparato alla fine di settembre del 1938, durante la famosa Crisi dei Sudeti.
La principale, per non dire unica, fonte della ricostruzione è un rapporto inviato nel novembre del ’39 dall’ambasciatore britannico al Cairo al Foreign Office: il testo è stato successivamente portato alla luce negli anni Settanta dalla studiosa Donatella Bolech Cecchi. Domenica 25 settembre 1938 al castello di Racconigi (vicino a Cuneo) sarebbe avvenuto un incontro segreto tra alcune personalità di alto livello tra cui: il Maresciallo Badoglio, un avvocato di Milano leader dell’opposizione clandestina al regime fascista e, in vece di Casa Savoia, la principessa Maria José, moglie dell’allora principe ereditario Umberto. I piani dei golpisti erano i seguenti: una volta arrestato Mussolini, avrebbero abdicato sia Vittorio Emanuele III che suo figlio Umberto; la corona sarebbe passata al piccolo Vittorio Emanuele IV (fortunatamente ce lo siamo risparmiato). Avendo quest’ultimo solo due anni, Maria José avrebbe esercitato la reggenza fino alla maggiore età del nuovo re.
Il piano doveva scattare alle tre del mattino del 28 settembre, ma al castello arrivò la notizia che Mussolini avrebbe a breve dichiarato la mobilitazione generale e che il re si sarebbe rifiutato di firmarla. Per qualche insondabile motivo, la notizia convinse Badoglio a posticipare di un giorno il colpo di stato: sfortunatamente per i congiurati (ma molto opportunamente per chi propala questa storiella), il 28 settembre Hitler annunciò che ci sarebbe stata una conferenza internazionale a Monaco per risolvere la crisi dei Sudeti.
Un primo elemento in grado di mettere in dubbio la veridicità di tutta la storia è l’incerta origine del documento del Foreign Office. Certo, nell’articolo viene specificato che il rapporto è stato scritto dall’ambasciatore britannico al Cairo, ma costui si era limitato a inviare un resoconto fattogli da un anonimo: il fratello dell’avvocato di Milano leader dell’opposizione clandestina al regime (anonimo anche lui). L’altro elemento difficilmente credibile è la doppia abdication di Vittorio Emanuele III e di suo figlio Umberto: il primo si sarebbe mostrato assai restio ad abdicare sei anni dopo, in circostanze ancora più drammatiche; il secondo non avrebbe avuto alcun motivo per rinunciare alla corona in favore del figlio, non essendo compromesso allo stesso livello del padre con il Regime.
Altri dubbi suscita l’importanza che sarebbe stata riconosciuta a Maria José: per quanto la principessa non gradisse i tedeschi e non ne facesse mistero, non era comunque considerata in nessun modo un’esponente politica di rilievo. Come anticipato all’inizio, il documento su cui si basa la vicenda è stato portato alla luce da Donatella Bolech Cecchi; in occasione della scoperta del testo, la studiosa ha scritto un articolo dal titolo Un colpo di stato antifascista di Maria José nel settembre 1938? pubblicato sulla rivista «Il Politico» nel dicembre del ’79.
Una prima cosa che colpisce rispetto all’articolo del Corriere della Sera è che la notizia del presunto golpe viene posta in maniera dubitativa e per ottimi motivi. Abbiamo già accennato alla prima ragione per non credere alla storia riportata nel documento: non solo chi la riferisce rimane anonimo, ma anche uno dei tre interlocutori è un misterioso avvocato di Milano senza nome. Proseguendo nella lettura del rapporto dell’ambasciatore britannico, apprendiamo che il colpo di stato contro Mussolini sarebbe stato guidato da un altro importante ufficiale italiano: il maresciallo Rodolfo Graziani. Una circostanza, questa, che risulta assolutamente incredibile perché i rapporti tra questi e Badoglio erano pessimi da anni: la rivalità tra i due era tale che una delle ragioni addotte per l’adesione di Graziani alla Repubblica Sociale Italiana dopo l’8 settembre fosse la sua volontà di contrapporsi all’eterno rivale Badoglio.
Nella disamina del rapporto Bolech Cecchi, pur sottolineando correttamente i dubbi e le ombre del documento, sembra credere all’importanza di quanto da lei ritrovato. Il che è umanamente comprensibile, particolarmente per chi sa cosa vuol dire scartabellare negli archivi e “innamorarsi” di un documento appena scoperto. In un certo senso il tempo ha dato risposte agli auspici di Bolech Cecchi: nessuna nuova testimonianza o documento ha dato conferma di quanto scritto nel rapporto da lei rinvenuto. Il che rende ancora più incomprensibile il fatto che, circa quarant’anni dopo l’articolo della studiosa, il presunto golpe di Maria José venga venduto non solo come una certezza, ma (implicitamente) come una scoperta recente.
Metodi retorici e responsabilità editoriale
farem referenza a un documento del Foreign Office è indubbiamente un modo furbo per accattivarsi subito l’attenzione del lettore. non fare il minimo cenno alle criticità del testo. Non si riporta assolutamente la natura anonima del racconto fatto all’ambasciatore britannico e non si ragiona criticamente sui fatti presentati. fornire della storia una lettura fiabesca e semplificata. Da una parte abbiamo l’eroina buona e indomita e dall’altra personaggi che non sono assolutamente alla sua altezza morale. Si potrebbe obviare che dopotutto questo articolo voleva solo essere una marchetta per il libro in uscita e fare una piccola agiografia di Maria José di Savoia, e sicuramente è così. Il contenuto di questo pezzo non è nemmeno lontanamente grave come la maggior parte dei temi che vengono generalmente trattati su BUTAC, ma ugualmente mostra in che modo si costruisce una bufala credibile.
Mi colpisce molto come - ormai da tempo - anche i giornali più “rispettabili” abbiano ceduto al passo dei click facili e delle storie pubblicate senza fare prima un minimo di ricerca. Se ti è piaciuto l’articolo, sostienici su Patreon o su PayPal!
