Diseducativi i Simpson? Per alcuni sì, e ancora oggi. Un semplice giro in rete, e ci si accorge che questo dibattito, pur flebile, ancora esiste. L’opinione, un tempo suffragata anche dalla stampa, va però oggi declinando: troppo, il successo di pubblico; troppi, i riconoscimenti della critica. Il cartone animato nato dalla penna di Matt Groening è entrato nei classici della cultura popolare. Se la presunta diseducatività dei Simpson è opinabile, lo diventa a maggior ragione analizzando il linguaggio della versione doppiata per il pubblico italiano, un prodotto che spicca per l’inventività lessicale e le soluzioni linguistiche vincenti.
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Origini, diffusione e protagonisti del doppiaggio italiano
Una piccola avvertenza, come ricorda su Treccani.it Luca Barra: «È difficile parlare dei Simpson in modo unitario: è una delle produzioni più longeve della televisione che, sia negli Stati Uniti sia in Italia, ha attraversato ere televisive e generazioni di spettatori».
Arrivati in Italia nel 1991, I Simpson sono trasmessi in entrambi i Paesi ancora oggi. Da allora, molto è cambiato, a partire dalla scrittura nella versione di partenza, certo; ma a essere sostituite sono state anche le voci della maggior parte dei personaggi della versione italiana (per conoscerle tutte si può consultare l’ottimo archivio di Antonio Genna, reperibile in rete).
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Lo studio del doppiaggio: figure chiave e approcci dell’adattamento
Gli studi sul doppiaggio dei Simpson non mancano, sebbene si concentrino (con un curioso addensamento delle pubblicazioni nel 2007) soprattutto sul lavoro di adattamento cominciato e condotto per lunghi anni dalla traduttrice Elena di Carlo, dal direttore del doppiaggio Tonino Accolla - doppiatore di Homer, morto nel 2013 e sostituito da Massimo Lopez -, dalla responsabile dell’edizione italiana per Mediaset Ludovica Bonanome, nonché dalla squadra di doppiatori guidata da Accolla; tra loro, non si possono non menzionare Ilaria Stagni (Bart), sostituita oggi da Gaia Bolognesi, Liù Bosisio (Marge), sostituita oggi da Sonia Scotti, e Monica Ward (Lisa).
Le riflessioni generali da qui in avanti riguardano proprio quel lavoro che, del resto, ha influenzato quello dei successivi doppiatori, delle agenzie di doppiaggio avvicendatesi e, soprattutto, ha improntato l’immaginario collettivo.
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Traduzione filmica e doppiaggio: definizioni, metodo e sfide
Addentrandosi nell’analisi linguistica del doppiaggio italiano dei Simpson, viene da porsi questa domanda: al contrario di quanto sostenuto da chi ancora li ritiene diseducativi, è possibile che l’esposizione alla serie tv risulti anzi arricchente, persino educativa, quantomeno sotto il profilo linguistico?
«Che l’esposizione ai Simpson possa essere “educativa” - afferma Barra - credo che valga per la serie in quanto prodotto: sotto la semplicità apparente dell’animazione c’è una complessità di sostanza e di stratificazione che si conserva, pur con qualche oscillazione, anche nella versione italiana; ciò nasce dalla consapevolezza nei curatori del doppiaggio di trovarsi con un prodotto dal valore culturale indubbio».
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La scrittura e l’idioletto italiano: come la lingua italiana rende memorabili i personaggi
Indimenticabile scrittura: l’opinione di Barra è in linea con quanto affermato da Luca Raffaelli in una puntata della trasmissione di Radio 3 Wikiradio: nei Simpson, «non c’è una grande attenzione nell’animazione; non siamo certo di fronte all’animazione disneyana; i personaggi sono televisivi e fanno il minimo indispensabile per poter far capire le azioni dal punto di vista scenico: la cosa fondamentale che ha reso indimenticabili I Simpson sta proprio nella scrittura».
Ma come restituire questa complessità in una lingua che è anche espressione di una cultura, quella italiana, certo affine, ma diversa dalla statunitense?
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Trasposizione linguistica e diamesia: adattamento, sincronismo e questione identitaria
A complicare il quadro c’è la questione della diamesia: in Lingua italiana e cinema, Fabio Rossi analizza la testualità del «parlato filmico», intesa come varietà di «lingua trasmessa» nella sua «natura intermedia tra scritto e parlato» con caratteri peculiari (lo studioso ne individua sette), finalizzati alla ricezione da parte del pubblico (Rossi, 2007, pp. 13-14). Inoltre, «nel testo audiovisivo la sfera sonora (…) e quella visiva si combinano creando un complesso testo multicodice la cui traduzione può essere problematic» (Perego, 2005, pp. 8-9).
Perciò, quando si parla di traduzione nel caso di un contenuto audiovisivo è chiaro che ci si trova di fronte a una semplificazione: in La traduzione filmica, per esempio, Maria Pavesi chiarisce che per traduzione intende, nel saggio, «l’intero processo di traduzione-adattamento e di recitazione» (Pavesi, 2005, p. 12).
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Neologismi e trasformazioni: esempi emblematici dall’adattamento italiano
Non da ultima, c’è la questione del sincronismo (le cui asperità sono in parte smussate in un prodotto animato come I Simpson): «principale vincolo del doppiaggio», il sincronismo «implica corrispondenza tra i movimenti connessi alla produzione orale e la struttura acustica del messaggio effettivamente percepito» (Pavesi, 2005, p. 13).
Il primo merito dell’adattamento italiano è la resa del linguaggio della famiglia Simpson. Nella versione di partenza, «i personaggi sono (…) caratterizzati da un modo di parlare del tutto originale, fitto di neologismi, che negli anni sono entrati persino nel gergo giovanile» (Bologna, 2007, p. 134). Sabrina Fusari parla perciò della ricostruzione, nell’adattamento italiano, di un «idioletto» che ricorre soprattutto (1) a «tratti soprasegmentali», come la voce rauca di Marge o il timbro nasale e le vocali aperte di Lisa, e (2) a «battute tipiche dei doppiatori italiani» (Fusari, 2007, p. 21).
Eccone alcune del Bart italiano: eat my shorts diventa ciucciati il calzino (e non il letterale mangia i miei pantaloncini); ay, caramba diventa cacchio; don’t have a cow diventa non farti infartare, con un neologismo allitterante che traduce un modo di dire idiomatico inglese. Poi, ci sono espressioni come ciuccellona, sempre di Bart, che traduce il diminutivo Liz, e bacarospo (o bagarospo, con lenizione della sorda intervocalica), di Homer, che «non traduce nulla, poiché Homer dice semplicemente ‘Oh, you little…’» (Bologna, 2007, p. 144); stesso discorso per mitico!, l’esclamazione del capofamiglia con cui viene resa l’interiezione whoo-hoo!.
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Voci dialettali e stereotipi: l’equivalenza culturale come soluzione
Licenze giustificate: «Se il testo di partenza genera una serie di effetti nel pubblico - dice Barra - quello che conta non è tanto la fedeltà a quel testo ma la fedeltà a quegli effetti; di qui la cura, le soluzioni adattative e il trasferimento dei riferimenti nell’edizione italiana dei Simpson».
Saverio Tomaiuolo affida la propria lettura del lavoro del doppiaggio al concetto di equivalenza culturale. «Il prodotto - spiega Tomaiuolo su Treccani.it - nasce negli Stati Uniti con uno scopo centrale: suscitare la risata negli spettatori; nella versione italiana, si è dunque cercata un’equivalenza culturale che generasse il medesimo effetto, spesso lavorando sugli stereotipi».
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Diversità diacronica e risultati comici
Eccoci dunque all’altro grande merito del doppiaggio: il ricorso alle varietà diatopiche dell’italiano per caratterizzare alcuni personaggi secondari. «Questo lavoro - continua Tomaiuolo - proprio nelle varietà dialettali e regionali ha cercato un equivalente, che spesso non ha corrispettivi nella versione originale. Un primo esempio: Chief Wiggum nell’adattamento diventa il Commissario Winchester (facendo naturalmente riferimento alla nota marca di fucile) e parla con un accento napoletano».
Il caso probabilmente più eccezionale, e riuscito, è l’adattamento del Groundskeeper Willie nel Giardiniere Willie: il suo accento sardo non ha nulla a che vedere con lo scozzese del testo di partenza. Ma come fa l’equivalente a funzionare così bene? «C’è un’equivalenza comica - dice Tomaiuolo - tra lo stereotipo dello scozzese negli Stati Uniti e il sardo in Italia: entrambi sono raffigurati come campagnoli, talvolta un po’ rozzi, ma molto fieri delle loro origini».
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Critiche e limiti: provincialismo e rischi per l’interpretazione
Certo, quanto detto finora non mette il doppiaggio italiano dei Simpson del tutto al riparo da alcune critiche, peraltro interessanti da analizzare: è possibile rilevare sia «cedimenti» a un «provincialismo che danneggia la verosimiglianza del mondo possibile della serie» (Barra, 2007, p. 212), sia «equivalenze culturali problematiche» (Tomaiuolo, 2007, p. 56); oltre al fatto che quasi in ogni puntata si consuma la perdita inevitabile di particolari più o meno rilevanti della cultura di partenza: come scrive Federica Bologna, «pochissimi non americani, e nel nostro caso italiani, avrebbero la cultura necessaria per comprendere pienamente un episodio de I Simpson» (Bologna, 2007, p. 137).
Epperò, al netto di tutto ciò, I Simpson restano non solo un classico della televisione, ma anche un caso di studio in quanto riuscitissimo esempio di «negoziazioni culturali e industriali» (Ferrari, 2009, p. 36), anche dal punto di vista linguistico.
