Avvenire fecondo significato: esplorazioni etimologiche, identità e sviluppo

Questo articolo raccoglie e organizza le idee presenti nel testo di riferimento, concentrandosi sul significato di avvenire fecondo e sulle sue diverse accezioni: da una prospettiva linguistica ed etimologica a una riflessione sull’identità italiana e sull’idea di futuro senza introdurre elementi non presenti nel testo originale.

Etimologia e significato di avvenire fecondo

agg. av. 1364; dal lat. fecŭndu(m). CO1a. atto a procreare: una donna in età feconda1b. che ha o ha avuto molti figli, prolifico: una madre feconda | ricco di figli: nozze feconde, matrimonio fecondo2. che produce frutti in abbondanza, fertile: un campo, un terreno fecondo3a. fig., ricco di inventiva, di capacità creativa: ingegno fecondo; fantasia feconda | capace di una produzione abbondante e continua: uno scrittore, un musicista fecondo3b. che crea ampie possibilità di sviluppo: un metodo di ricerca, un argomento fecondo | che genera sviluppi o effetti positivi: una pace feconda4.

Questo paragrafo riprende la definizione classica di fecondo, estendendola oltre l’idea di fertilità biologica a concetti di creatività, produttività e potenzialità di sviluppo. L’etimologia latina e l’evoluzione italiana mostrano come “fecondo” possa riferirsi sia a una condizione biologica sia a qualità e risultati rilevanti in campi diversi, dall’arte alla scienza e alla società.

Identità, integrazione e interazione delle comunità italiane di origine straniera

Molti italiani di origine straniera si sentono come lui: estranei nelle loro società originarie, a causa della loro cultura, ed estranei nella società italiana, a causa della loro etnia e del colore della loro pelle.

Per questo, a partire dall’anno nuovo, smetterò di utilizzare locuzioni infelici come seconda generazione espressione che allude ai figli di immigrati come a stranieri figli di stranieri. In realtà, questi figli e figlie nati in Italia, nel cui contesto hanno preso forma la loro coscienza e il loro gusto per la vita, sono italiani di origine straniera.

Un altro termine che smetterò di usare è integrazione, che è qualcosa che può avvenire solo fra forme rigide. L’integrazione, infatti, è un compromesso fra due parti, ognuna delle quali ritiene che sia l’altra a dover cambiare per adattarsi a lei. Ci integriamo per evitare il conflitto, ma se il conflitto fra stereotipi è pericoloso, il dialogo fra stereotipi lo è ancora di più, perché nel primo sappiamo che c’è qualcosa di sbagliato e cerchiamo una soluzione, mentre nel secondo non avvertiamo il cancro che si diffonde, se non poco prima che deflagri o causi la morte.

Il modello inglese di integrazione, nonostante la sua grande apertura verso le religioni e l’accettazione della loro presenza nello spazio pubblico, è fallito ed è fallito anche il modello superlaico francese che esclude le religioni e, addirittura, criminalizza la loro presenza nello spazio pubblico. Questo è accaduto, perché entrambi i modelli - malgrado la forte differenza fra loro - hanno in comune l’esclusione della persona a vantaggio della forma. Il modello inglese integra l’islam come religione, ma ciò significa integrare un insieme di simboli e stereotipi a discapito del pluralismo e delle differenze fra credenti. In altre parole, nello spazio pubblico è presente la religione, non la persona. Nel modello francese, invece, integrazione significa che i cittadini, per accedere allo spazio pubblico, devono rinunciare a gran parte di quanto pensano sia la fonte del loro essere. Pertanto, anche questo modello ha come risultato l’assenza della persona in tale spazio.

Per questo, agli splendidi italiani e alle splendide italiane di origine straniera, io dico: non integratevi, interagite. Cambiate voi stessi e le vostre società, perché sia la persona sia la società sono uno spazio aperto alla generazione di nuovo significato per la vita. Dico loro: non sentitevi estranei, voi siete l’energia vitale di società colpite da senescenza. Siete il raggio di speranza di società sfibrate dalla corruzione dello spirito, prima ancora che dalla corruzione economica e politica. Non siete senza un’identità, siete l’identità del nuovo mondo. L’identità, infatti, non è qualcosa che si eredita dal passato, ma il presente intento ad agire per costruire il futuro.

Il passato, il presente e l’avvenire nella lingua e nel tempo

dal latino advenire ‘giungere’, derivato di venire con prefisso ad- che indica avvicinamento. Trovare parole per il futuro non è per niente banale. Le soluzioni sono diverse, e si distinguono per pragmatismo, per mistero, per poesia. Prendiamo il futuro stesso: futurus è letteralmente una voce del verbo latino esse, ‘essere’, una voce della coniugazione che non è passata in italiano, il participio futuro (che dà alla qualità un tratto di imminenza, destinazione, intenzione).

Il domani ha i piedi per terra in maniera intelligente: il latino tardo de mane indicava ‘al mattino’. Una trovata magnifica per scavalcare il problema di indicare il futuro, quella di indicare l’inizio del giorno - del nuovo giorno. Il latino in effetti usava più comunemente il termine cras, per riferirsi al domani, che però è una parola che non è stata raccolta dall’italiano se non in formazioni dotte come ‘procrastinare’. E peraltro è una parola che non sia sa bene da dove salti fuori, priva di confronti persuasivi. L’avvenire è una trovata posteriore al latino. Questo conosceva il verbo advenire nel senso di un approssimarsi, un venire in senso fisico, al massimo come un ‘sopraggiungere, avvicinarsi’ anche da un punto di vista temporale; ma le lingue che nascono dal latino fanno fiorire questa suggestione originale.

In italiano ‘avvenire’ è innanzitutto un verbo, in cui ciò che sopraggiunge diventa ciò che accade - come quando avviene un cambiamento, come quando la storia inizia con un «Avvenne che...». Si verifica, succede come se fosse stato su un binario narrativo diretto al qui. Ma il passaggio ulteriore è di bellezza intensa. Questa azione di avvenire compiuta incessantemente da tutto ciò che accade, che ci viene sospinto addosso nel fiume del tempo, diventa tutto ciò che accadrà, diventa tutto il futuro - l’avvenire, sostantivo e aggettivo. Sentiamo com’è sospeso il tono di questa indefinita, promettente massa di ciò che è ‘a venire’, che si appropinqua ignota da un indecifrabile distanza. Non è un futuro troppo stretto, il suo.

Anche se parlo di qualcosa che decideremo nei giorni avvenire (o a venire), questo futuro è inteso e reso con una qual dilatazione, quasi con calma, senza imminenze - resta a una certa distanza. E per di più l’avvenire, oltre a un limite inferiore di prossimità, mostra anche un limite superiore di lontananza. Abbiamo l’avvenire che ci aspetta o che aspettiamo, ma c’è anche tutto ciò che, incerto o imprevedibile, è di là da venire. A prescindere dal suo contenuto atteso o temuto, l’orizzonte dell’avvenire ha una sua medietà indefinita, poetica, tranquilla. Quella dell’avvenire dei figli, quella dell’avvenire di una comunità che si trasforma, quella dell’avvenire di una tecnologia (che magari è proprio avveniristica), quella del nostro avvenire.

diagramma etimologico dell’avvenire

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