L’articolo presenta una guida articolata sui principi e le procedure legate all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia, distinguendo tra interventi farmacologici e chirurgici, descrivendo i percorsi legali, i ruoli professionali e gli aspetti di assistenza e supporto. Si concentra su come si organizza l’accesso ai servizi sanitari pubblici, sui protocolli clinici utilizzati e sulle considerazioni etiche e psicologiche riferite alle donne che affrontano questa scelta.
Accesso e quadro normativo
L’interruzione volontaria di gravidanza è una pratica medica regolamentata in Italia dalla Legge 194/78. L’interruzione volontaria di gravidanza, o aborto volontario, è quella pratica medica effettuata, in Italia, entro il novantesimo giorno di gestazione (Legge 194/78) tramite metodologia farmacologica o chirurgica (WHO, 2022) che serve per porre fine intenzionalmente allo sviluppo dell’embrione, senza che ci siano motivazioni mediche, quali un’anomalia fetale o un rischio per la salute della gestante (Janiak & Goldberg, 2016). Per poter abortire, la donna deve recarsi presso un consultorio, dal proprio medico di fiducia o da un medico del servizio ostetrico-ginecologico e fare domanda, esplicitando le motivazioni alla base della scelta. Il certificato che consente di procedere all’aborto viene rilasciato dopo sette giorni, istituiti per permettere alla donna di riflettere sulla decisione (L. In Italia, la maggior parte delle donne opta per il metodo farmacologico; mentre, tra i metodi chirurgici, quello più utilizzato è l’isterosuzione (ISTAT, 2022).
Il percorso è gratuito e garantito dal Servizio Sanitario Nazionale. Tutti i percorsi sono gratuiti e garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale. Il punto di accesso privilegiato per l’IVG è il Consultorio. Qui riceverai accoglienza, riservatezza, informazioni complete sul percorso, consulenza e verrà fissato un appuntamento con il ginecologo. È fondamentale non ritardare nel rivolgerti al Consultorio, dati i limiti temporali per l’IVG e le diverse opzioni metodologiche. Se sei minorenne e desideri interrompere la gravidanza, rivolgiti al Consultorio della tua zona. Se non puoi o non vuoi parlare con loro, l'equipe consultoriale preparerà una relazione congiunta entro sette giorni, che l’assistente sociale presenterà al Giudice Tutelare.
Protocolli farmacologici e chirurgici
La medicina farmacologica prevede la somministrazione combinata di mifepristone e prostaglandine, che causano prima il distacco dell’embrione dalla parete uterina tramite lo sfaldamento della stessa, e poi le contrazioni che ne favoriscono l’espulsione (Clarke & Montini, 1993); invece, l’isterosuzione è un metodo invasivo che prevede la dilatazione della cervice e l’inserimento di una cannula attraverso cui viene aspirato il prodotto abortivo (Lui & Ho, 2020).
In alcune regioni d’Italia, dopo la prima assunzione di Mifegyne in regime di Day Hospital, la donna può tornare a casa in attesa del secondo rientro nella struttura ospedaliera, questa volta in regime di ricovero. Dopo aver intrapreso il protocollo a) o b), si attende che l’utero cominci a contrarsi ed insorga un piccolo travaglio di parto. Questo non vuol dire che la donna sarà in travaglio per 12 ore. Tutto è relativo alla grandezza dell’utero. Cioè non sarà mai come un travaglio che insorge alla 40esima settimana, ma sarà un travaglio molto più breve e decisamente meno intenso. Durante le contrazioni, in accordo con gli anestesisti, è possibile eseguire una adeguata terapia antidolorifica. Si ribadisce che l’analgesia per il dolore è doverosa, indipendentemente dalla causa che provoca il dolore e che su questo argomento non ha nessuna ragione di esistere l’obiezione di coscienza in quanto l’analgesia non determina l’aborto.
La paziente generalmente viene trasferita in sala operatoria quando vi è una dilatazione completa del collo uterino. Al momento dell’espulsione, se la donna lo desidera e se nella struttura è possibile, si può effettuare un’anestesia generale. Dopo aver prestato assistenza all’espulsione del feto, l’operatore può ritenere opportuno eseguire una revisione della cavità uterina (raschiamento). In alcuni casi, per effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza dopo i primi 90 giorni, si procede in ambiente ospedaliero e sotto guida ecografica con un’iniezione intracardiaca nel feto di una sostanza che determina l’arresto cardiaco. Dopo tale iniezione, la paziente può decidere di ricoverarsi in qualsiasi ospedale. Infatti la diagnosi a questo punto è di morte endouterina del feto e qualsiasi ospedale con un reparto di ostetricia e ginecologia è obbligato al ricovero e all’assistenza.
Una volta ricoverata, la donna viene osservata, e se non inizia spontaneamente un travaglio si procede con la somministrazione di farmaci seguendo uno dei protocolli sopra menzionati. Un taglio cesareo in questa epoca di gravidanza può essere molto rischioso e invasivo, di conseguenza si predilige sempre un’induzione farmacologica del travaglio. La donna dovrà riposare per 24 ore, poiché non si possono somministrare ulteriori farmaci di questo tipo nelle successive 24 ore.
Limiti temporali e limiti di età gestazionale
La legge non precisa un tempo massimo fino a quando si può abortire. Dal momento che negli anni è aumentata la possibilità di vita autonoma del feto, in alcuni ospedali si assiste al tentativo di rianimare un feto patologico da parte di alcuni neonatologi, con gravi conseguenze sulla psiche della persona interessata che ha deciso di interrompere la gravidanza. Si è fissato come limite massimo di inizio di interruzione l’epoca gestazionale di 23 settimane e 6 giorni. Questo limite non appare giustificato nei casi di anomalie incompatibili con la vita, come l’agenesia renale bilaterale e l’anencefalia.
Aspetti psicologici, supporto e diritti della paziente
La lettura dell’aborto come un evento traumatico trasversale a tutte le donne - chiamata dapprima in letteratura “Sindrome Post-Aborto” - è stata smentita, perché non supportata da studi metodologicamente rigorosi; tuttavia, si ipotizzano fattori contestuali che possono influire sul vissuto post-aborto. È essenziale che gli operatori sanitari forniscano informazioni necessarie, supportino la scelta della donna, si mostrino accoglienti e non giudicanti, e usino un linguaggio appropriato, stando attenti ai possibili fattori di stress e orientandosi a contenerli (Larrea, Palència & Borrell, 2021). In chiave pratica, l’IVG farmacologica richiede un ricovero ospedaliero per l’assunzione di due farmaci (RU486/mifepristone e misoprostolo) a distanza di 48 ore tra loro, e la visita di controllo per verificare le condizioni di salute della donna e lo stato della gravidanza. È anche fondamentale pianificare e iniziare subito la contraccezione per ridurre il rischio di future gravidanze indesiderate.
L’accesso all’informazione affidabile è supportato da reti mediche e sociali, ad esempio la Comunità Papa Giovanni XXIII, che offre aiuto concreto e ascolto nel percorso di aborto, rispettando la dignità e le scelte della donna. L’indirizzoaggio include contatti con consultori, strutture pubbliche e professionisti sanitari qualificati, nonché una valutazione accurata delle condizioni economiche, sociali e familiari che possono influire sulla decisione. Per chi cerca soluzioni e sostegno, esistono percorsi di accompagnamento che promuovono la privacy e la gestione consapevole della procedura.
Prospettive pratiche: cosa fare e dove rivolgersi
Il punto di accesso per l’IVG è il Consultorio. Qui si ottiene accoglienza, riservatezza e informazioni complete sul percorso, con la fissazione di un appuntamento con il ginecologo. Se non è possibile parlare direttamente con il consultorio, l’equipe consultoriale prepara una relazione entro sette giorni, che l’assistente sociale presenterà al Giudice Tutelare. Il colloquio medico e il rilascio del certificato consentono di accedere alle procedure previste dalla legge 194/78, nel rispetto dei tempi di riflessione obbligatori. L’intervento chirurgico o farmacologico viene scelto in base allo stadio della gestazione, all’accessibilità delle strutture e alle condizioni cliniche della donna.
In relazione al metodo farmacologico, il percorso prevede l’assunzione di due farmaci: mifepristone e misoprostolo, con l’efficacia elevata nelle prime settimane e una gestione attenta degli effetti collaterali. Il distacco dell’embrione, le contrazioni e l’espulsione avvengono all’interno di strutture autorizzate, con oppurtunità di supporto anestesiologico e analgesico. Dopo l’IVG, l’adempimento delle visite di controllo e l’avvio della contraccezione sono fondamentali per la salute futura della donna.
Implicazioni etiche e sociali
Tra le considerazioni etiche emergono temi di autonomia personale, di stigmatizzazione sociale e di diritto all’assistenza sanitaria sicura. Le pratiche e le normative si accompagnano a una necessità di protezione della privacy e di sostegno psicologico, che includono la gestione del peso emotivo della decisione e la promozione di reti di supporto familiari e comunitarie.
