Macrofagi sono cellule del sistema immunitario appartenenti all’immunità innata ma che possiedono anche un ruolo nell’immunità adattativa grazie la presentazione dell’antigene ai linfociti T. I macrofagi non stimolati sono cellule di dimensioni notevoli con forme variabili (rotondi, stellati o fusiformi), presentano numerose piccole estroflessioni ed il loro nucleo si presenta pressoché rotondeggiante. I monociti sono cellule classificate tra gli agranulociti (per la totale assenza di granuli nel loro citoplasma) e rappresentano circa il 3-8% della popolazione leucocitaria presente nel sangue periferico. Il principale ruolo nell’infiammazione è quella di difesa dell’organismo.
Un ulteriore ruolo è mediato dall’attivazione dei recettori di membrana (come i Toll-Like Receptors, TLRs) a causa del riconoscimento di profili molecolari comuni a più patogeni (PAMPs). L’insieme di questi prodotti agiscono anche al livello sistemico portando ad un innalzamento della temperatura corporea e alla produzione di proteine di fase acuta come il complemento. I macrofagi, oltre ad ingerire i microbi, contribuiscono anche alla risoluzione del processo infiammatorio attraverso l’ingestione di detriti cellulari, cellule morte causate dall’infiammazione stessa (come i neutrofili) o in seguito ad un trauma.
Abul K. V. redatto da Dr. P. Il sacco vitellino è la prima struttura visibile ecograficamente all'interno della camera gestazionale intorno alla 5a settimana di gestazione ( Tan S, et al. Embriologicamente comincia a formarsi già dopo 2 settimane di epoca gestazionale e cresce progressivamente fino alla 10a settimana di gestazione raggiungendo un diametro di 5-6 mm. Durante lo sviluppo embrionale il sacco vitellino, situato nella parte ventrale dell'embrione, rappresenta la principale via di scambio tra l'embrione e la madre ed è collegato all'embrione tramite il dotto vitellino o dotto onfalomesenterico; ha il compito di nutrire l'embrione e rappresenta la primitiva circolazione embrionale. Esso infatti presenta un abbozzo di sistema circolatorio che convoglia il sangue, tramite il dotto vitellino, verso il tubo cardiaco embrionale. Ed è grazie a questa primitiva circolazione che le sostanze nutritive vengono trasportate all'embrione nelle prime settimane di gestazione fino a quando viene stabilita la circolazione placentare ( Lindsay DJ, et al. Il dotto vitellino si chiude definitivamente dopo la 9a settimana di epoca gestazionale, ma in circa il 3% dei casi persiste la porzione prossimale sotto forma di diverticolo, il diverticolo di Meckel, situato circa 30-40 cm.
All'ecografia si presenta come un'area cistica tondeggiante, adiacente alla parete della camera gestazionale, identificabile con l'approccio transvaginale già dalla 5a settimana; è possibile distinguere sul contorno le pulsazioni relative alla primitiva circolazione embrionale. E' generalmente accettato che il sacco vitellino deve essere visualizzato quando il diametro camerale medio è di almeno 8 mm. ( Lyons EA, et al 2005; Tan S, et al. Le sue dimensioni variano dai 2 mm. a 5 settimane ai 6 mm. a 10 settimane. Valori inferiori a 2 mm. ( Wang XH, et al. 2019 ) o superiori a 6 mm. ( Lindsay DJ, et al. 1992 ) possono indicare una successiva interruzione o una patologica evoluzione della gravidanza; quando non si riesce ad evidenziare l'embrione un sacco vitellino aumentato di dimensioni può essere un indicatore di aborto spontaneo ( Cho FN, et al. A volte la presenza del sacco vitellino può persistere oltre la 13a settimana di gestazione ma tale evenienza sembra non essere correlata ad esiti avversi ( Tan S, et al. Sacco Vitellino irregolare: l'importanza clinica di un sacco vitellino irregolare è controversa; alcuni studi riportano una evoluzione patologica della gravidanza (Lyons EA , et al. 2005; Chao S et al 2006 ), uno studio più recente non correla tale aspetto con l'evoluzione in aborto spontaneo ( Tan S, et al. Sacco Vitellino calcificato: un sacco vitellino calcificato è sempre associato ad aborto spontaneo (Lyons EA , et al. 2005 ) ; i fenomeni di calcificazione avvengono pochi giorni dopo la morte embrionale (Harris RD, et al. Sacco Vitellino ecogeno: un sacco vitellino a maggiore ecogenicità non è associato ad aborto spontaneo o ad anomalie embrionarie (Lyons EA , et al. 2005 ); un solo studio ha riportato l'associazione con aborto spontaneo (Szabo J., et al. Chama CM, Marupa JY, Obed JY. The value of the secondary yolk sac in predicting pregnancy outcome. J Obstet Gynaecol. Chao S, McGahan JP. Yolk sac. In: BB Goldberg, JP McGahan (eds). Atlas of Ultrasound Measurements. 1st ed. Cho FN, Chen SN , Tai MH , Yang TL .The quality and size of yolk sac in early pregnancy loss.. Obstet Gynaecol. Corbett SL, D. Shmorgun. Yolk sac number does not predict reliably amnionicity in monochorionic twin pregnancies: a case of a monochorionic monoamniotic twin pregnancy with two distinct yolk sacs on early first-trimester ultrasound. Ultrasound in Obstetrics & Gynecology. Harris RD, Vincent LM, Askin FB. Yolk sac calcification: a sonographic finding associated with intrauterine embryonic demise in the first trimester. Levi CS, Lyons EA, Lindsay DJ: Early diagnosis of nonviablepregnancy with transvaginal US . Lindsay DJ, Lovett IS, Lyons EA, Levi CS, Zheng XH, Holt SC, Dashefsky SM. Yolk sac diameter and shape at endovaginal US: predictors of pregnancy outcome in the first trimester. Radiology. Lyons EA, Levi CS. The first trimester. In: CM Rumack, SR Wilson, JW Charboneau (eds). Diagnostic Ultrasound. 3rd ed. Lu J, Cheng YKY, Ting YH, Law KM, Leung TY. Pitfalls in assessing chorioamnionicity: novel observations and literature review. Am J Obstet Gynecol. Yeh HC1. Sonographic signs of early pregnancy. Crit Rev Diagn Imaging. Makikallio K, Tekay A, Jouppila P. Yolk sac and umbilicoplacental hemodynamics during early human embryonic development. Nyberg DA, Mack LA, Laing FC, et al.: Distimguishing normal from abnormal gestationalsac growyh in early pregnancy . Nyberg DA, Mack LA, Harvey D, Wang K. Value of the yolk sac in evaluating early pregnancies. J Ultrasound Med. Reece EA , Scioscia AL , Pinter E., Hobbins JC, Green J, Mahoney MJ. et al.: Prognostic significance of the human yolk sac assessed by ultrasonography. Rowling SE, Langer JE, Coleman BG, et al.: Sonography during early pregnancy: Dependence of treshold and discriminatory values on transvaginal transducer frequency AJR. Szabo J, Gellén J, Szemere G, Faragó M. Significance of hyper-echogenic yolk sac in first-trimester screening for chromosome aneuploidy [in Hungarian]. Tan S, Pekta MK, Arslan H. Sonographic evaluation of the yolk sac. J Ultrasound Med. Tan S, Ipek A, Pektas MK, Arifo?lu M, Teber MA, Karao?lano?lu M. Irregular yolk sac shape: is it really associated with an increased risk of spontaneous abortion? Wang XH, Wang HJ, Deng XH, Wang YL, Sun HL, Zhang XH, Li XX. Predictive value of ultrasound-related scoring system on embryo development in early pregnancy after IVF/ICSI: An observation of embryonic quality. Taiwan J Obstet Gynecol. Wie JH, Choe S, Kim SJ, Shin JC, Kwon JY, Park IY. Sonographic Parameters for Prediction of Miscarriage: Role of 3-Dimensional Volume Measurement. J Ultrasound Med. Il sacco vitellino è una delle prime strutture visibili all’ecografia nelle fasi iniziali della gravidanza e rappresenta un importante indicatore del corretto avvio dello sviluppo embrionale. Compare nelle prime settimane all’interno della camera gestazionale e svolge funzioni essenziali prima che la placenta sia completamente formata, come il supporto alla nutrizione dell’embrione e alla produzione delle prime cellule del sangue. La sua presenza, forma e dimensione vengono valutate durante le prime ecografie, perché possono fornire informazioni utili sull’andamento della gravidanza.
Bianca e Carlo sono alla ricerca della loro prima gravidanza e dopo il test positivo sono molti i dubbi che li assalgono. Il sacco vitellino si forma durante lo sviluppo embrionale e serve a fornire sostegno e nutrimento proprio durante queste prime fasi di sviluppo oltre a svolgere diverse funzioni: circolatoria, produttiva e immunitaria. Una coppia che sta cercando una gravidanza, come Bianca e Carlo, ha in mente che dopo il ritardo della mestruazione deve fare il test di gravidanza che ricerca l’ormone gravidico β-HCG. In realtà oltre a questi test, casalinghi o di laboratorio, su sangue o su urine, ci sono altri segni che accertano in definitiva la presenza della gravidanza e tra questi c’è la visualizzazione ecografica del sacco gestazionale in utero e del relativo sacco vitellino. Quali sono le caratteristiche del sacco vitellino? Il sacco vitellino è visibile durante il primo trimestre attraverso l’ecografia transvaginale e la sua presenza permette di fare diagnosi di gravidanza e la valutazione delle sue caratteristiche riveste un ruolo fondamentale per indagare eventuali problemi o anomalie. In particolare, attraverso l’osservazione della sua posizione, del suo aspetto e delle sue misure. Bianca e Carlo sono stati dal loro ginecologo di fiducia per la prima ecografia, ma sullo schermo il sacco vitellino era vuoto, ossia era senza l’embrione. All’ecografia il medico dovrebbe osservare il sacco vitellino e il suo embrione ma a volte quest’ultimo non si nota, ma questo cosa significa? Quando è visibile il sacco vitellino all’ecografia? Il sacco vitellino è una delle prime strutture che si possono osservare all’ecografia all’inizio della gravidanza. In genere diventa visibile tra la quinta e la sesta settimana, spesso prima ancora dell’embrione. La sua presenza è considerata un segno di gravidanza intrauterina in evoluzione. Che differenza c’è tra sacco vitellino e sacco gestazionale? Il sacco gestazionale è la cavità che si forma per accogliere la gravidanza all’interno dell’utero ed è la prima struttura visibile all’ecografia. Il sacco vitellino si sviluppa al suo interno e ha una funzione nutritiva e di supporto nelle prime fasi, prima che la placenta sia pienamente funzionante. Le dimensioni del sacco vitellino sono importanti? Sì, durante le prime ecografie il medico valuta anche l’aspetto e le dimensioni del sacco vitellino. In genere ha dimensioni contenute e un aspetto regolare. Valori molto diversi da quelli attesi possono richiedere controlli successivi, ma non permettono da soli di trarre conclusioni definitive. È sempre l’insieme dei dati ecografici e clinici a guidare le valutazioni, spesso con l’indicazione di ripetere l’esame dopo qualche giorno. Cosa significa se il sacco vitellino non si vede? Se il sacco vitellino non è visibile, il significato dipende molto dall’epoca gestazionale. Nelle fasi molto precoci può essere semplicemente troppo presto. In altri casi il medico può consigliare di ripetere l’ecografia per capire meglio l’evoluzione della gravidanza.
I macrofagi sono cellule immunitarie altamente differenziate nei vari tessuti dell'organismo, dove ricoprono il ruolo di "spazzini del corpo umano". I macrofagi si concentrano dove c'è necessità di eliminare un rifiuto, come un battere, un prodotto di disfacimento dei tessuti o una cellula danneggiata. Nel sangue, i macrofagi non sono presenti come tali, ma sotto forma di precursori chiamati monociti; la presenza di queste cellule in circolo (1-6% della conta leucocitaria totale) è assolutamente transitoria, nell'ordine di circa 8 ore, intervallo che riflette il tempo intercorso tra la loro sintesi nel midollo osseo, la comparsa in circolo e la definitiva migrazione nei tessuti (processo chiamato diapedesi). ingrandiscono, aumentano i propri lisosomi e si differenziano divenendo macrofagi, alcuni dei quali rimangono fissi in una determinata sede (macrofagi residenti), mentre altri hanno la capacità di spostarsi tramite movimenti ameboidi (macrofagi reclutati). Nel corso della propria esistenza, un macrofago può eliminare più di 100 batteri, ma in caso di necessità può rimuovere dai tessuti anche particelle più grandi, come i globuli rossi invecchiati o i neutrofili necrotici (i neutrofili sono un altro tipo di globuli bianchi con attività fagica, quindi simile a quella dei macrofagi; sono però più piccoli ed assai più numerosi, e agiscono soprattutto a livello ematico).
In generale, i macrofagi inglobano e digeriscono gli antigeni, ovvero tutto ciò che è estraneo all'organismo o viene riconosciuto come tale, quindi meritevole di attacco e neutralizzazione. Una volta digeriti gli antigeni, i macrofagi ne processano alcune componenti esponendole sulla propria membrana esterna legate a recettori di superficie (proteine MHC, dette "complesso maggiore di istocompatibilità"). Questi complessi, importantissimi per la funzione immunitaria, fungono da speciali "antenne" o "bandierine identificative" che segnalano alle altre cellule immunitarie il pericolo, richiedendo rinforzi. Quando ricoprono tale funzione, i macrofagi prendono il nome di cellule presentanti l'antigene (APC, Antigen-Presenting Cell).
Ma come riesce un macrofago ad identificare una cellula come pericolosa? Esistono delle altre cellule immunitarie, i linfociti, capaci di riconoscere gli antigeni e di segnalarli come pericolosi agli occhi dei macrofagi. Questi ultimi, infatti, sono di per sé in grado di captare gli antigeni, riconoscendo particolari molecole di superficie che si legano direttamente ai loro specifici recettori di membrana. A questo punto il fagocita letteralmente ingloba e digerisce la particella estranea. Sebbene il macrofago sia in grado di riconoscere numerose particelle estranee, sia organiche che inorganiche (ad esempio il carbone e le particelle di asbesto), alcune sostanze sfuggono a questo processo di riconoscimento, ed il macrofago si trova quindi incapacitato a riconoscerne la pericolosità. cosiddetti capsulati, nei quali una capsula polisaccaridica esterna maschera i marcatori di superficie. Altri patogeni batterici mimetizzano la propria superficie con molecole simili a quelle dei globuli bianchi, traendo così in inganno i macrofagi. anticorpi contro di essi. Dopo che il patogeno è stato trasformato in cibo per macrofagi, tali cellule lo legano, lo avvolgono e lo inglobano, confinandolo in vescicole definite fagosomi. All'interno del macrofago i fagosomi si fondono con i lisosomi, vescicole ricche di enzimi digestivi ed agenti ossidanti, come le idrolasi acide e l'acqua ossigenata, che uccidono e demoliscono quanto inglobato.
Cellula del sistema immunitario, facente parte del sistema reticolo-istiocitario e residente nei tessuti. I macrofagi derivano dalla differenziazione dei monociti presenti nel sangue periferico. Essi rappresentano la popolazione cellulare fondamentale nel contesto dell’immunità naturale e svolgono la funzione di fagocitosi di particelle estranee. I diversi tipi di macrofagi hanno ruoli fondamentali nelle varie fasi della flogosi e della risposta immunitaria. Nelle fasi tardive della flogosi fagocitano i batteri e i detriti cellulari. Il loro citoplasma avvolge il corpo estraneo inglobandolo in una vescicola delimitata dalla membrana citoplasmatica (fagosoma); all’interno della cellula questo fagosoma si fonde con i lisosomi contenenti enzimi proteolitici, costituendo il fagolisosoma nel quale ha luogo la vera e propria digestione enzimatica. I macrofagi svolgono una funzione fondamentale anche nell’ambito dell’immunità specifica. I macrofagi sono infatti tra le cellule deputate alla presentazione dell’antigene ai linfociti T (APC, Antigen presenting cells). Successivamente, nella fase effettrice, i linfociti T produziono alcune citochine che attivano i macrofagi, esaltando molte delle loro caratteristiche biologiche e immunitarie.

La cellula emopoietica grazie alla sua capacità di auto-rinnovamento potrebbe essere definita “immortale”, cioè trasferibile da una persona ad un’altra in maniera indefinita. Tale supposizione deriva da esperimenti condotti su animali da laboratorio che vengono monitorati per diversi anni, tuttavia, non sappiamo se questi risultati derivino dall’effettivo comportamento delle cellule staminali o dalla manipolazione sperimentale. Per le cellule figlie che hanno un periodo vitale limitato si parla di emivita, cioè il tempo necessario per far dimezzare la quantità iniziale di cellule. La cellula staminale viene generalmente considerata multipotente, avente cioè la capacità di generare altri tipi cellulari. Le prime cellule prodotte dalle staminali vengono chiamate progenitori, queste possiedono ora un commitment ma sono ancora ben lontane dall’essere gli elementi maturi che si trovano poi nel sangue. Il progenitore mieloide comune dà origine a tutti i leucociti circolanti nel sangue, agli eritrociti e ai megacariociti. Il progenitore linfoide comune dà origine ai linfociti B e T e alle cellule NK. Un’ulteriore eccezione consiste nel mastocita: per quanto questo faccia parte della linea mieloide questa cellula non si troverà mai nel sangue. I mastociti vengono infatti rilasciati nel tessuto in cui risiederanno definitivamente in uno stadio non ancora completamente differenziato, la maturazione andrà a completarsi successivamente all’insediamento. Con la divisione e il differenziamento i precursori diventano man mano più committed, si riduce quindi la capacità di dare tipi cellulari diversi nelle divisioni successive. Si passa quindi da progenitori multipotenti a precursori committed, precursori tardivi e infine a cellule mature.
Quali sono gli organi ematopoietici coinvolti nel differenziamento delle cellule emopoietiche? Qual è la differenza tra auto-rinnovamento e multipotenza nelle cellule staminali? Qual è il ruolo dei progenitori mieloidi e linfoidi nel sistema immunitario?
I macrofagi sono un tipo di globuli bianchi che svolgono un ruolo vitale nella protezione dell'organismo dalle infezioni e nel mantenimento della salute dei tessuti. I macrofagi nascono come monociti, globuli bianchi che circolano nel flusso sanguigno. Quando i monociti lasciano il sangue ed entrano nei tessuti di tutto il corpo, si trasformano (si differenziano) in macrofagi. Fagocitosi (inglobamento e digestione di materiale nocivo): i macrofagi "mangiano" batteri, virus, cellule morte e detriti. Presentazione dell'antigene: Dopo aver digerito un agente patogeno, i macrofagi ne espongono sulla loro superficie piccole porzioni, chiamate antigeni. Produzione di citochine: i macrofagi rilasciano messaggeri chimici chiamati citochine che contribuiscono a coordinare la risposta immunitaria. Riparazione e guarigione dei tessuti: una volta che l'infezione o la lesione sono sotto controllo, i macrofagi aiutano il corpo a guarire. I macrofagi sono presenti in quasi tutti i tessuti del corpo. Al microscopio, i macrofagi appaiono come cellule di grandi dimensioni con una generosa quantità di citoplasma (il corpo della cellula) e un singolo nucleo, spesso a forma di rene. I macrofagi possono cambiare aspetto e comportamento a seconda di ciò che accade nel tessuto circostante. I macrofagi attivati classicamente vengono stimolati da segnali che innescano l'infiammazione . I macrofagi attivati in modo alternativo rispondono ai segnali che promuovono la guarigione. I macrofagi sono coinvolti in numerose malattie e condizioni. Aiutano a combattere le infezioni, ma possono anche contribuire all'infiammazione se rimangono attivi troppo a lungo. A causa del loro ampio spettro di funzioni, i macrofagi sono spesso menzionati nei referti patologici che descrivono infiammazioni, infezioni o tumori.
Struttura a forma di vescicola che si differenzia durante le prime fasi dello sviluppo embrionale. Essa è dapprima delimitata dallo strato di cellule del bottone embrionario adiacente alla cavità della blastocisti (questo strato cellulare costituisce l’endoderma) e da una lamina cellulare che si differenzia dalla superficie interna del trofoblasto (questa lamina è detta membrana esocelomica o membrana di Heuser). Questo sacco v. primitivo, riconoscibile attorno al 10° giorno dal momento della fecondazione, in seguito si riduce a causa dell’espandersi della cavità del corion le cellule dell’endoderma proliferano allora all’interno della membrana di Heuser formando un sacco v. secondario, più piccolo: del sacco v. primitivo rimane una cavità residua, che poi regredisce. Quando a partire dalla 4a settimana di vita intrauterina il corpo dell’embrione si delimita e sporge entro la cavità amniotica, il sacco v. subisce una strozzatura: la parte che rimane compresa entro il corpo dell’embrione costituisce l’intestino primitivo la parte rimanente forma una vescicola (vescicola ombelicale o sacco v. definitivo) che sporge nella cavità corionica e che rimane collegata all’intestino primitivo per mezzo di un condotto (dotto entero-vitellino). Con il formarsi del funicolo ombelicale gran parte del dotto rimane inclusa nel funicolo stesso, e poi verso la fine della 5a settimana si oblitera la vescicola viene compressa sulla superficie fetale della placenta, sotto l’amnios e in prossimità dell’inserzione del funicolo, ove può mantenersi per tutta la gravidanza. Nella parete del sacco v. si differenziano nella 3a settimana le prime cellule e le prime strutture vascolari sanguigne, ed inoltre le cellule germinali primordiali, che poi migrano fin nell’abbozzo delle gonadi ove si trasformano in spermatogoni o in ovogoni. Durante le prime settimane, prima che si sviluppi la circolazione placentare, il sacco v.