Dino Zoff (Mariano del Friuli, 28 febbraio 1942) è un ex calciatore, allenatore di calcio e dirigente sportivo italiano, di ruolo portiere. Considerato uno dei più grandi portieri nella storia del calcio,[1][2][3][4] ha legato la propria attività calcistica principalmente alla Juventus, militandovi per undici anni a cavallo degli anni 1970 e 1980, senza mai saltare una partita di campionato; con i bianconeri ha collezionato 479 presenze (330 in Serie A), vincendo sei campionati italiani, due Coppe Italia e una Coppa UEFA, e ha disputato due finali di Coppa dei Campioni e una di Coppa Intercontinentale.
Con la nazionale italiana ha preso parte a due campionati d'Europa (Italia 1968 e Italia 1980) e a quattro campionati del mondo (Messico 1970, Germania Ovest 1974, Argentina 1978 e Spagna 1982), ottenendo inoltre, come commissario tecnico degli azzurri, il secondo posto al campionato d'Europa 2000. Il successo al mondiale 1982, conseguito all'età di quarant'anni - e come capitano dell'Italia -, lo ha reso il vincitore più anziano nella storia della competizione nonché l'unico giocatore italiano ad aver ottenuto, a livello di nazionale, sia il titolo di campione d'Europa sia di campione del mondo.
Più volte candidato al Pallone d'oro, sfiorò la vittoria nel 1973, classificandosi secondo alle spalle di Johan Cruijff. Sposato con Annamaria, conosciuta a Mantova durante il periodo di militanza nella locale squadra virgiliana, la coppia ha un figlio, Marco (1973), e due nipoti.
«Non mi sono mai considerato migliore di qualcuno. Moltissimi allenatori sono pronti a dichiarare questa è la mia squadra quando vince e a rinnegarla con altrettanta disinvoltura quando perde.»
Disputò in biancorosso 131 partite nell'arco di quattro stagioni: l'ultima da lui giocata allo stadio Danilo Martelli fu quella del 1º giugno 1967, la famosa Mantova-Inter (1-0) che a posteriori sancì il tramonto della Grande Inter. La sua attività, al termine della stagione 1982-1983, si concluse di fatto con la finale di Coppa dei Campioni (cui la Juventus era giunta imbattuta), persa ad Atene contro i tedeschi dell'Amburgo, il 25 maggio 1983.
I primi approcci di Zoff con l'azzurro avvennero nelle rappresentative giovanili. Zoff ricevette la prima convocazione in nazionale maggiore a 26 anni, durante le qualificazioni al campionato d'Europa 1968. L'Italia, giunta agli spareggi che avrebbero designato le quattro partecipanti alla fase finale del torneo, doveva ribaltare il 3-2 con cui la Bulgaria si era imposta nella gara di andata a Sofia; fino a quel momento il commissario tecnico azzurro, Ferruccio Valcareggi, aveva puntato su Enrico Albertosi come portiere titolare e su Lido Vieri come vice, ma degli infortuni occorsi a entrambi in prossimità della partita di ritorno costrinsero lo selezionatore a ripiegare su Zoff e Roberto Anzolin, quest'ultimo già riserva di Albertosi al campionato del mondo 1966.
Il 29 maggio 1983, a 41 anni, Zoff scese in campo per l'ultima volta in azzurro, in Svezia-Italia (2-0) a Göteborg, sfida che coincise anche con l'ultima partita della sua carriera. Lasciata la panchina a Zdeněk Zeman al termine del campionato 1993-1994, rimase nell'organigramma biancoceleste passando contestualmente a ricoprire la carica di presidente, durante la gestione societaria del finanziere Sergio Cragnotti; mantenne la carica fino al 1998. A seguito dell'eliminazione dell'Italia ai quarti di finale del campionato del mondo 1998, nel luglio seguente Zoff fu chiamato a sostituire l'esonerato Cesare Maldini come commissario tecnico degli azzurri, con l'obiettivo di portare la nazionale al campionato d'Europa 2000. Quattro anni dopo, come sua ultima appendice della carriera di allenatore, nel campionato 2004-2005 ritornò in panchina con la neopromossa Fiorentina, subentrando in gennaio al posto dell'esonerato Sergio Buso: Zoff condusse la squadra viola alla salvezza, riuscendo ad avere la meglio nella volata finale su Bologna e Brescia.
Gli anni alla Juventus, che iniziano nel 1972, sono descritti come periodi di grande crescita personale e professionale. "Undici stagioni e almeno due cicli bianconeri. Che finalmente riempirono la bacheca di Zoff di trofei. Sei scudetti, una Coppa Uefa, due volte la Coppa Italia." Negli anni di Juve, Zoff diventa il Mito. SuperDino, per tutti. E gli anni bianconeri sono anche i migliori anni azzurri, quelli in cui Zoff diventa inamovibile e insostituibile tra i pali della Nazionale.
La sua personalità, definita da molti come sobrietà e disciplina, è stata fondamentale per la gestione della pressione sportiva ai massimi livelli. "Non posso parare anche l’età", dichiarò in pubblico nel corso della sua carriera, dimostrando una lucidità che ha ispirato generazioni di portieri e allenatori. Il rapporto con Bearzot, la dedizione al lavoro e l’attenzione al valore della squadra hanno guidato scelte e risultati, dall’Europeo del 1968 al Mondiale 1982, fino all’Europeo 2000 come commissario tecnico.

🇮🇹 DINO ZOFF: La Leggenda del calcio italiano si racconta | Intervista esclusiva
Carattere, metodo e influenze
«Non mi sono mai considerato migliore di qualcuno. Moltissimi allenatori sono pronti a dichiarare "questa è la mia squadra" quando vince e a rinnegarla con altrettanta disinvoltura quando perde. Disputò in biancorosso 131 partite nell'arco di quattro stagioni: l'ultima da lui giocata allo stadio Danilo Martelli fu quella del 1º giugno 1967, la famosa Mantova-Inter (1-0) che a posteriori sancì il tramonto della Grande Inter.»
La sua rotta è stata guidata da valori quali lavoro, fatica e sacrificio. Le parole chiave della sua crescita, raccontate nel corso degli anni, includono l'importanza della disciplina, della preparazione, della disponibilità a imparare e della fiducia nelle proprie capacità. La sua dedizione all'allenamento e la capacità di restare concentrato di fronte alle difficoltà hanno segnato profondamente la cultura di squadra e hanno ispirato compagni e successive generazioni di calciatori.
«Il portierino cresceva, sudava, giocando nella Marianese, praticamente sotto casa. Ma era, appunto, un portierino. Piccolo e gracile a quindici anni. Si parlava di lui, vennero a vederlo gli osservatori di Inter e Juve. Ma ai provini lo scartarono, nell’ordine, Giuseppe Meazza e Renato Cesarini. Lui non si abbatté.»
La trasformazione è stata guidata dall’officina, dove Dino ha imparato a prendersi cura dei motori, una metafora delle sue competenze: precisione, pazienza, metodo. Mantova fu la fase di maturazione, dove ha costruito la fiducia necessaria per arrivare in nazionale, dove ha trovato un gruppo di avversari competitivi ma stimolanti, tra cui Ricky Albertosi, contro cui ha sviluppato una rivalità sportiva tecnica e caratteriale.